Dalida, usignolo triste che cantò nonostante l’insopportabile peso della vita

Dalida, al secolo Iolanda Cristina Gigliotti, nasce il 17 gennaio del 1933 alle porte del Cairo e muore il 3 maggio del 1987 al terzo tentativo – questa volta riuscito – di suicidio.

Cantante e attrice, è stata una figura poliedrica a cavallo di due stati considerati solitamente molto distanti: tra Francia e Italia Dalida fece la sua fortuna, ammaliando e incuriosendo il pubblico con le sue movenze quasi ipnotiche, quegli occhi sempre rivolti al cielo e quella voce sicuramente non convenzionale. Una voce calda e profonda che si emozionava e sapeva emozionare, un timbro inconfondibile fra tanti.

Dalida, forse come capita sempre alle donne affascinanti come lei, nella sua vita è stata spesso sotto i riflettori più per i suoi amanti che per le sue arti. Molti, maligni, hanno spesso fatto notare come quelli che furono i suoi più importanti amori morirono suicidi. Ma al di là delle illazioni suggerite dall’ignoranza, la cantante venne sicuramente molto colpita dalle morti inaspettate degli uomini che aveva tanto amato.

La giovane Dalila nasce a Choubrah, in Egitto, in una comunità italiana: il padre era il primo violino all’Opera del Cairo. Dalida ha anche due fratelli: Orlando, il maggiore, e Bruno.

Nata con un difetto di strabismo corretto da diverse operazioni, il debutto sulle scene della piccola Iolanda giunge a soli diciassette anni quando viene eletta Miss Ondine. Successivamente, viene incoronata Miss Egitto: è in quel momento che entra nella grande industria cinematografica.

Ma l’Egitto non poteva certo bastare per un talento come il suo: è il 1954 quando lascia la terra che le ha dato i natali e si dirige in Europa. All’ombra degli Champs Elysées, Iolanda Gigliotti cerca la sua fortuna.

Come erano solite fare le dive del cinema si sceglie un nome d’arte: Dalila, ispirata da Sansone e Dalila  del 1949. Su consiglio però dello scrittore Albert Machard, uno dei tanti amici intellettuali di cui si circonderà nella vita, decide per Dalida, e registra il primo disco.

Nel 1957 vince il suo primo disco d’oro grazie a Bambino, traduzione della canzone napoletana Guaglione. Mademoiselle Bambino è ormai approdata anche al mondo delle case discografiche, diventando già un’icona di stile. Nel ’61 sposa il primo marito, Lucien Morisse: il matrimonio dura però solo un mese, visto che Dalila decide di lasciarlo per un giovane pittore. Erano sei anni che amava Lucien, che troppo a lungo aveva ponderato se lasciare o meno la moglie. Ma anche senza di lui, che tanto la aveva aiutata per diventare famosa, si fa strada e ne esce vincente.

Dalida porta avanti dunque la carriera cinematografica e quella canora, diventando famosa e amata sia in Italia che in Francia. Nel 1964 è la prima donna a vincere il disco di platino con 10 milioni di dischi.

Tra un film e una canzone, incontra uno dei suoi grandi amori: Luigi TencoI due iniziano un connubio musicale e, leggenda dice, la loro storia inizialmente è solo una montatura per vendere dischi. Lui è il tipico ragazzo bello ma tenebroso, quello che tutti vogliono per cantare le canzonette d’amore, anche se lui vorrebbe cantare di molto altro. Lei è algida, perfetta, quasi uno stereotipo della bellezza francese. Insieme sono una coppia vincente, attirano il pubblico e fanno sospirare con la loro storia d’amore.

Insieme decidono di andare a Sanremo con Ciao, amore ciao. La cantante crede tantissimo in quella canzone e litiga con l’Ariston: o Tenco canta o lei non partecipa più a nessuna edizione del Festival. È proprio lei a spingere perché Luigi canti.

 È il 1967.

La sera del 27 gennaio, la cantante trova il corpo di Luigi riverso sul pavimento. La pistola, quel biglietto, le deposizioni, i dubbi e le domande. Raramente tornerà sull’accaduto, Dalida. Soprattutto visto quanto accadde dopo.

Nonostante le sue richieste, il Festival non viene fermato. Viene allora allontanata dalla gara e torna a Parigi. Qui finge di recarsi all’aeroporto da sola per tornare in Italia dalla famiglia di Tenco, ma in verità si reca alla camera 410 dell’hotel Principe di Galles.La camera che Tenco voleva sempre quando era a Parigi.

Nel silenzio, lontana da tutti, tenta il suicidio con i barbiturici. Scrive tre lettere: una all’ex marito, una alla madre, una al pubblico. Una cameriera però, notando come la camera fosse occupata visto la luce che filtrava sotto la porta ma chiedendosi come mai fossero due giorni che non veniva riordinata, chiama la polizia.

Dalila è in coma.

Non  muore.

Successivamente, avrà una relazione con uno studente ventiduenne: rimane incinta ma, probabilmente conscia di non essere pronta a diventare madre, decide di abortire. Ma in quel momento in Italia non è legale: un intervento clandestino sarà la sua condanna. Dalida non potrà mai avere un figlio e questo sarà l’ennesimo dolore con cui dovrà condividere l’esistenza.

Nel 1970 Lucien Morisse, l’ex marito, si suicida con un colpo di pistola alla testa. E le vecchie ferite non si rimarginano mai, continuano a far soffrire la cantante, che però nonostante tutto continua con la sua attività.

Nel 1977 tenta di nuovo il suicidio ma, di nuovo, non riesce a scappare dal male di vivere che le attanaglia le viscere.

Nel 1981 Dalila festeggia 25 anni di carriera che, nonostante tutto il dolore, le fanno vincere un disco di diamante per gli 86 milioni di dischi in tutto il mondo e per i 38 dischi d’oro in 7 lingue.

La carriera al cinema non si ferma, Dalila sembra all’apice della carriera. Ma il 2 maggio 1987, approfittando del ponte per la festa dei lavoratori, avverte il fratello e manager Orlando di aver rimandato un servizio fotografico per il troppo freddo. La sera, chiede alla cameriera di svegliarla verso le 17 il giorno dopo, poiché aveva intenzione di recarsi a teatro e che quindi avrebbe fatto tardi.

Sale in macchina. Fa il giro dell’isolato. Torna nella sua villa e ingerisce nuovamente un cocktail di barbiturici.

Il 3 maggio 1987 Dalila muore, portando a compimento quello che aveva tentato di fare dieci e vent’anni prima.

La vita mi è insopportabile. Perdonatemi.

Queste sono le ultime parole con cui Dalida, anima tormentata e cantante dal valore inestimabile, abbandona la vita terrena.

A trent’anni dalla morte, l’11 gennaio è arrivato nelle sale francesi Dalida, il film di Lisa Azuelos, con Sveva Alviti con Riccardo Scamarcio, il 15 febbraio in onda su Rai 1. Inoltre, dal 27 aprile al 13 agosto al Palais Galliera saranno in mostra i suoi abiti di scena, mentre il week end del 3 maggio, gli amici e i fan la ricorderanno con una festa stravagante, a quanto dice Le Figaro.

Questo perché, alla fine, le stelle come lei non smettono mai di brillare.

Marta Merigo 

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28 agosto 1963: M. L. King diceva di avere un sogno. Oggi sogniamo ancora?

Era il 28 agosto 1963: Michael King Jr., conosciuto dal mondo intero come Martin Luther King, pronunciava queste parole davanti al Lincoln Memorial di Washington, davanti a milioni di persone e trasmesso dalle emittenti nazionali.

Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero.

Erano gli anni ’60, quelli dell’emancipazione e della lotta per i diritti: erano gli anni in cui i neri e i bianchi non potevano frequentare gli stessi locali, gli stessi autobus, e dove stare in una stanza con una persona di colore era quasi una vergogna. Nel 1955 Rosa Parks aveva osato sedersi su un autobus e non dare il proprio posto ad un bianco; nonostante questo nel 1963 la situazione non era ancora cambiata.

Martin Luther King era il grande combattente nero per i diritti, che si affiancava e scontrava a Malcom X: la grande differenza di linea fra i due fu sempre una. Per King:

Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Malcom X era un po’ più brusco, nei modi: benché la sua linea si addolcirà negli anni, abbandonando gli ideali di lotta violenta, rimane comunque per lui importante la legittima difesa. La non violenza è applicabile fino a che, dall’altra parte, non si viene colpiti.

Entrambi furono fondamentali per la lotta dei diritti delle minoranze etniche americane, anche se con modi diversi e spesso in opposizione: entrambi erano senza dubbio grandi oratori, che hanno saputo ispirare con le loro parole le generazioni a venire.

Ed è così che il discorso che, proprio oggi ma ben 53 anni fa, era pronunciato da Martin Luther King, ispirato dalle parole di Mahalia Jackson, che continuava a urlare “parlaci del sogno, il sogno!”, è uno dei più famosi della storia.

I have a dream”: ripetuto più volte, in una serie di anafore, incalzante e disarmante. Sembra così ovvio, avere un sogno: chi di noi non li ha? Eppure, a distanza di anni, possiamo dire che quel sogno sia totalmente realizzato? Se King non fosse stato ammazzato nel 1968, oggi, cosa direbbe?

La politica di Obama negli Stati Uniti non è apprezzata da tutti: molti hanno criticato il divario, infatti, tra politica esterna ed interna.

Sinceramente, riconosco l’apparente ossimoro: d’altro canto, riconosco un limite culturale e sociale agli States. Al contrario di molti altri paesi, forse un po’ più vecchiotti (come il nostro), gli americani sono uno dei popoli più patriottici. Loro amano la loro bandiera, il loro inno, la loro nazione: nelle scuole ogni giorno si giura fedeltà alla bandiera. È la loro cultura. Questo implica che per loro, al di là di ogni bella politica sui diritti civili, il loro paese sarà sempre al primo posto. La guerra fuori dal paese, che siano missioni di pace o altro, credo che per molti americani sia quasi la normalità: è l’estensione di un potere che credono di avere su tutto e su tutti, soprattutto dopo il Secondo Conflitto Mondiale.

Chi non apprezzava Obama aveva certo sperato in Donald Trump, che vuole rendere l’America “grande di nuovo”: pare che tali speranze siano state pesantemente disilluse.

Obama, comunque, è stato il primo Presidente nero degli USA. Ovviamente, lo stesso fatto che sia il primo Presidente di colore, già la dice lunga sul cambiamento del paese dagli anni ’60 a oggi: quindi, sì, di questo Martin Luther King ne sarebbe stato contento. Le minoranze etniche sicuramente non sono più discriminate come una volta.

Almeno fino a prima dell’insediamento di Trump.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

Ma a livello culturale, la situazione è cambiata? Verrebbe da scuotere la testa, perché la mente va alle immagini che abbiamo visto negli ultimi tempi alla tv e sui giornali: la destra estremista è tornata in tutta la sua potenza,  sotto l’occhio quasi soddisfatto della Casa Bianca. O almeno del Presidente.

La segregazione razziale non c’è più, è vero: ma il sentimento del razzismo, quello sì.

Cosa intendo?

Intendo dire che c’è ancora chi crede sia lecito, anche se la legge lo vieta, insultare qualcuno per la propria razza; come d’altra parte c’è chi, ad oggi, ancora si sente discriminato. E quindi c’è il rovescio della medaglia: c’è chi si arroga il diritto di uccidere in diretta nazionale due giornalisti per le loro affermazioni discriminatorie. Forse questo a Martin non piacerebbe.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

I tempi cambiano, e anche la società e il mondo che ci circonda: per una conquista, c’è sempre una perdita. È vero, questi sogni si sono avverati: eppure, paradossalmente, il razzismo ancora non si è fermato.

Fermiamoci un attimo, dall’alto di un’immaginaria scogliera di agostiniana memoria, e osserviamo quanto accade: il mare è ormai una fossa comune a cielo aperto, e ora dopo le barche anche i camion diventano una camera a gas di nuova invenzione in cui morire; le frontiere sono ricolme di persone disperate e in fuga, che si trovano davanti muri e filo spinato (reale e non solo); milioni di persone sono sparse per l’Europa, lontane da casa, con un’unica cosa nelle tasche: i propri sogni.

E noi, sempre dall’alto di questa fantomatica rupe, possiamo dirci migliori degli Stati Uniti degli anni ’60? Possiamo dirci diversi da chi scriveva su un cartello “Riservato ai bianchi”? Quando ergiamo muri che hanno scritto, con quell’inchiostro invisibile dell’ipocrisia, “Riservato a chi non è migrante”?

Ecco di cosa abbiamo bisogno oggi: di un Martin Luther King. Di qualcuno che dica:

Non ho dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E invece noi abbiamo Salvini che dice di lasciarli a casa loro, e le ruspe in azione, e così via. E affianco a lui ci sono paesi europei che lasciano la gente morire, nei mari e nei camion, senza fare mai davvero nulla.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spirituale: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

Libertà, fratellanza, eguaglianza: i sogni più belli dell’uomo.

Continuiamo a sognare per chi, purtroppo, non ne gode: continuiamo, nel nostro piccolo, ad avere un sogno. Perché chi smette di sognare, è perduto.

Marta Merigo 

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Agatha Christie, la scrittrice più tradotta di Shakespeare

Agatha Christie (Torquay, 15 settembre 1890 – Wallingford, 12 gennaio 1976) è stata tradotta in tutto il mondo più di Shakespeare. Seppe farsi valere e pubblicare nonostante un grande impedimento: essere una donna.

«Adesso la domanda è questa» disse. «Può sbagliarsi Hercule Poirot?»
«Nessuno può avere sempre ragione» rispose la signora Lorrimer in tono gelido.
«Io, invece, sì» disse Poirot «Ho sempre ragione. Succede tanto invariabilmente che me ne stupisco io stesso»

Carte in tavola

Hercule Poirot, effettivamente, non si è mai sbagliato. Nemmeno nel 1975, nemmeno nella sua ultima opera, nel suo ultimo caso, nella sua ultima apparizione.
Agatha Christie ormai era una scrittrice affermata e che con i suoi libri aveva fatto un’era: tutti conoscevano i suoi personaggi, e tutti ormai amavano il piccolo ometto belga (non francese!) con grandi capacità investigative o la dolce Miss Marple, tranquilla vecchietta che custodiva preziose nozioni di criminologia.

Eppure, nel 1975 ormai l’età avanzava, e la fatica ad essere ancora una brillante scrittrice (forse anche malata di Alzheimer) era ormai superiore alle sue facoltà. La donna, ormai per tradizione, era solita pubblicare un Christie for Christmas, un romanzo natalizio per i suoi lettori. Fu così che a ottantacinque anni decise di far uscire Sipario – L’ultima avventura di Poirot (Curtain: Poirot’s Last Case), romanzo scritto più di trent’anni prima (come Addio Miss Marple – Sleeping Death), uscito postumo ma in cui effettivamente Miss Marple non passa a miglior vita. Fece ciò che anche Conan Doyle su costretto a fare con il suo Sherlock:uccise il suo personaggio più conosciuto, la sua creazione, la sua punta di diamante.

Si spegneva così Hercule Poirot, sulla scena del crimine del suo primo caso, a Styles Court (Poirot a Styles Court – The Mysterious Affair at Styles), e qui si lascia morire senza prendere le sue pastiglie per il cuore, dopo aver ritrovato anche Arthur Hastings, il suo fido secondo. Esattamente Sherlock e Watson.

Certo, Agatha Christie deve molto al collega Doyle: insieme hanno sicuramente fatto la storia del romanzo giallo. Ma, alla fine, le loro differenze stilistiche sono tali da rendere i loro due eroi, un panciuto investigatore e un dinoccolato e drogato visionario, due personaggi agli antipodi con poco da spartirsi, se non la professione.

Ma, forse la vera intuizione in quel 1975 la ebbe proprio Agatha: dopo aver fatto morire Hercule, il 12 gennaio del 1976 si spense in campagna, a Wallingford, nella sua casa. Nessun finale con colpo di scena per una scrittrice che, solo in vita, guadagnò più di 20 milioni di sterline.

La scrittrice, in realtà, rivelò in un’intervista con il giallista Julian Symons di non sopportare Poirot. Anzi, lo trovava proprio antipatico. Ma non è certo per questo che decise di porre fine alla vita del suo investigatore: agì, potremmo dire, da perfetta business woman.

Ormai consapevole di essere troppo stanca ed anziana per continuare a scrivere, decise di interrompere la storia del suo personaggio più conosciuto prima che fosse troppo tardi per farlo. Con un romanzo scritto ancora in gioventù, come se si fosse tenuta nella manica quell’ultimo colpo di scena per oltre trent’anni.

Anche Doyle fece la stessa cosa. Peccato che, visto la reazione violenta dei sui fan, fu costretto a far resuscitare il suo abilissimo e stravagante Sherlock dalle ceneri.

Dopo la morte della Christie, c’è stato solo un pallido tentativo di far rinascere il suo investigatore dai lunghi baffi, ma che fu decisamente un buco nell’acqua. Al contrario della vastissima produzione post-mortem do Conan Doyle, tutt’ora attiva e producente, nessuno è riuscito mai davvero a scrivere di nuovo di Poirot o Miss Marple.

Forse perché, anche se forse con meno colpi di scena o scene di azione violenta (a cui il fisico di Poirot o di Miss Marple proprio non si confacevano), Agatha Christie ha avuto una tale maestria nel giostrare le sue trame e nel caratterizzare i suoi personaggi che è difficile pensare di riprodurre un romanzo degno di Assassinio sull’Orient-Express (1933) o Dodici piccoli indiani (1939). Anche se, successivamente, sono state numerosi gli adattamenti cinematografici o televisivi dei suoi libri; ma lì, si trattava semplicemente di riproporre per immagini dei capolavori già scritti e pubblicati.

In realtà, da piccola, Agatha Mary Clarissa Miller sognava di diventare una cantante lirica: ma quando nel 1906 andò a Parigi per studiare canto la vita deciderà per lei il suo futuro. Gli studi non la soddisfano, facendola tornare in Inghilterra: qui conosceArchibald Christie, colonnello della Roual Flying Corps, con cui si fidanza. Possiamo dire che al marito deve il suo grande successo: anche quando divorzieranno (visto che lui si innamorò di un’altra donna), lei manterrà sempre il cognome da sposata, con cui divenne famosa.

Fu poi grazie al lavoro presso l’ospedale di Torquay durante la Prima Guerra Mondiale che la scrittrice imparerà molto su veleni e medicinali: preziose nozioni che si renderanno essenziali quando si troverà a scrivere i suoi romanzi. Inizierà così a scrivere per gioco, sollecitata da una scommessa con la sorella, la quale sosteneva che Agatha non sarebbe mai diventata famosa con le sue storie. Scommessa persa clamorosamente, potremmo dire.

Nel 1923 inizia a scrivere dodici racconti con protagonista Hercule Poirot per la rivista Sketch. Ma il successo mondiale tarda ad arrivare: sarà nel ’30, con Assassinio sull’Orient-Express, che la sua stella inizierà a brillare, per non smettere mai più. Fortuna volle che nello stesso anno conobbe anche Max Mallowan, archeologo molto più giovane con cui si sposerà.

Agatha Christie scrisse anche romanzi sentimentali (sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott), nonché fu abile redattrice di testi teatrali.

Anche se i 93 romanzi e le 17 commedie non vennero mai scritte di suo pungo, ma dettate, poiché affetta da disgrafia, possiamo continuare a definirla la scrittrice più grande di sempre di romanzi gialli, al punto da essere premiata nel 1954 con il premio di Grand Master of the Mystery Writers of America.

La vita ha una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi.

Agatha Christie

Marta Merigo 

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Zygmunt Bauman e quella società liquida dai consumi culturali onnivori

Zygmunt Bauman ci ha il 9 gennaio 2017, all’età di 91 anni, destando il sentito cordoglio di tutta la società culturale che sempre lo ha ammirato, letto e studiato.

Solo lo scorso anno aveva pubblicato un nuovo saggio, simbolo della sua sempre florida e arguta attività intellettuale. Approfondendo i temi che hanno occupato la sua indagine negli ultimi anni, affrontava un altro annoso problema delle società in cui ci troviamo a vivere: i prodotti di cultura e la loro nuova usufruibilità per l’utente.

Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi, edito Laterza, cerca di affrontare il tema della cultura e dei suoi prodotti in quella società da lui definita, con un neologismo di grande successo, liquida.

La società liquida è quella in cui viviamo: si apre, nella visione del sociologo, in quel periodo che chiamiamo post-modernismo. Come ogni definizione terminologica temporale, soprattutto di tempi che stiamo ancora vivendo e in cui siamo totalmente immersi, è molto vaga e racchiude diverse sfaccettature della società: architettura, pittura o letteratura possono vantare tutte un periodo post-modernista.

Ma, al di là di classificazioni di poco conto, la tesi di Zygmunt Bauman è che oggi la nostra società è liquida in quanto priva di strutture, di elementi fissati, di certezze.

In questo dissolversi di sicurezze anche lo Stato, come garante dei diritti di una comunità, viene sempre meno: individualismo e soggettivismo divengono le malattie di una società che non riesce più a garantire i diritti e valori.

E quindi, per soggetti che hanno perso qualsiasi valore morale, il valore economico diventa il tratto distintivo: è il consumismo imperante che ingloba ogni singolo aspetto della nostra vita.

Il tratto distintivo di questa smania del comprare e dell’apparire ha anche un tratto specifico: una volta che il singolo riesce ad appagare il proprio desiderio comprando un oggetto tanto ambito e ammirato, esso diventa quasi immediatamente obsoleto. Basta osservare come si siano evoluti gli smartphone nell’ultima decina di anni, o le nostre televisioni: aggeggi sempre più sottili, più smart, più recettivi ai comandi vocali e così via. Con un costante incremento di pezzo, ovviamente. Certo, la tecnologia corre veloce. Ma è anche l’uomo, tecnico per evoluzione, a incrementare sempre di più le sue conoscenze in modo, in seconda battuta, da creare un nuovo modello di iPhone ogni anno.

Tutti questi acquisti, questa smania da Mazzarò verghiano, diventano solo un continuo accumulo vizioso senza scopo alcuno. Se non l’apparenza che, a ben vedere, arricchisce di poco il cielo stellato della nostra morale.

E la cultura, in tutto ciò, dove si colloca?

Bauman, in questo saggio di recente uscita, coglie bene la tendenza di questo secolo, che già era già stata individuata senza troppo sforzo da un artista come Andy Warhol:

Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti.

Il che se da un lato indica la fugacità di questo tempo, d’altro canto esplicita senza troppi arabeschi la tendenza alla perdita di significato del prodotto artistico. Alla fine, in un mondo dove mancano segni che possano dire qualcosa, dove tutto è stato detto e Duchamp ha già rovesciato la sua fontana, tutto può essere arte. E, alla fine, nessuna arte è più davvero attuabile.

Anche i prodotti culturali, oggi, sono mercificati: c’è una tendenza all’accumulo, una ricerca continua nel nuovo che immediatamente stufa. Un frenetico tramestio di arte e artisti che, però, alla fine non lasciano segno alcuno nella storia del mondo.

La cultura di oggi è fatta di offerte, non di norme.

Zygmunt  Bauman

Come vengono meno le norme in ogni aspetto della società, così nella cultura non vi sono più regole fisse, normatività tanto care a Virtruvio. Tutto è, essenzialmente, commercio.

Non vi è più un’idea cultura che poteva essere quella illuministica, o quella della Paideia greca: non si deve più nobilitare l’uomo, insegnarli qualcosa, arricchire il suo bagaglio culturale.

Vale molto di più l’inedia a cui si abbandonano oggi i nuovi sedicenti amanti dell’arte, mollemente seduti su sedie di design costosissime, leggendo cataloghi di mostre a cui sono andati solo per arricchire la propria collezione di raffinati intellettuali.

Non c’è più il coglimento del prodotto artistico in quanto tale, la sublime bellezza di un quadro, l’estraniante osservazione attenta di una statua.
Le mode vanno troppo veloci per potersi godere un’istante di eternità con un prodotto artistico.

Il segno distintivo che connota l’appartenenza a una élite culturale sono oggi un massimo di tolleranza e un minimo di schizzinosità. Lo snobismo culturale consiste nella negazione ostentata dello snobismo. Il principio dell’elitismo culturale sta nella sua capacità di essere onnivoro, cioè di sentirsi di casa in qualunque ambiente culturale senza considerarne nessuno come casa propria, e ancor meno l’unica casa propria.

Zygmunt  Bauman

Dovremmo imparare, invece, a selezionare. Non tutto è arte, non tutto è cultura, non tutto ciò che la moda impone è perfetto.

Baudelaire, in Il pittore della vita moderna del 1859, vedeva nella moda una rappresentazione del suo tempo, un modo in cui l’arte si declina in forme particolari. Certo, vi è un elemento eterno ed invariabile del bello: ma ciò non toglie che la singolarità della moda non possa cogliere il bello eterno. Anzi, è proprio la singolarità del prodotto relativistico prodotto dall’inseguimento delle mode del proprio tempo può renderci più accessibile un bello eterno. Proprio perché, in realtà, è la duplicità dell’essere umano a rendere così ricco di sfaccettature il mondo artistico: anima e corpo ci lasciano sempre in bilico, incapaci di cogliere il bello eterno e ideale tanto auspicato da Platone ma nemmeno capaci di rimane a osservare e replicare solo la bellezza della natura.

Da un alto è normale, quasi fisiologico, che l’umano segua le indicazioni del proprio tempo. D’altro canto, è sbagliato adeguarsi a tal punto al proprio tempo fino a perdere una propria capacità critica.

Perché, in un mondo in cui l’uomo è onnivoro, finirà per non riconoscere più nemmeno la propria cultura. Le proprie radici.

E un uomo senza radici culturali, senza diritti e senza speranze in una società senza elementi fissi può ancora definirsi tale?

Marta Merigo 

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Giovanni Pascoli: il poeta fanciullino a cavallo fra due secoli

Giovanni Pascoli fu il poeta del fanciullino, colui che si dedicò alle piccole cose, a quelle che non interessano a nessuno, come le tamerici. Giovanni Agostino Placido Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna e morirà a Bologna il 6 aprile 1912.

Lui scrisse di oggetti e persone del quotidiano, scrisse l’amore per le sue sorelle, scrisse del dolore che può infliggerti la vita. Giovanni Pascoli avviò il lento cammino della poesia italiana verso nuovi orizzonti, allontanandosi dalla pomposa lirica del D’Annunzio, fatta di passione e termini arzigogolati. Anche se fece parte dell’eccellenza poetica italiana che ancora utilizzava forme stabili e schemi di rime, senza abbandonarsi ancora al verso libero leopardiano (già usato anche da D’Annunzio).

Eppure, per certi aspetti, senza Pascoli non avremmo tutta la grande poesia novecentesca. Non sarebbero mai arrivate le sinestesie del Montale o la mancanza di nessi logici in Quasimodo.

Seguendo la linea del Foscolo, anche Giovanni Pascoli si rese conto della difficoltà di usare l’endecasillabo, il verso eletto dantesco. Era complicato tradurre i grandi poemi omerici, o tutta la tradizione greco-latina in esametri, tramite versi di undici sillabe. Si creavano periodi troppo lunghi, che spesso costringevano il poeta ad un abuso di enjambements, rendendo il ritmo spezzato e complesso. Sperimentò con tutti i versi possibili della lingua italiana, e con le sue forme metriche di lunga tradizione: ma, tra un sonetto e un endecasillabo, cercò anche di ricopiare in italiano l’esametro omerico.

In Pascoli c’era lo studio dei classici, ma anche l’allontanamento progressivo da certi atteggiamenti positivisti tipici dell’Ottocento. Questo poeta visse a cavallo di due secoli, rimase in bilico fra Ottocento e Novecento, fu esattamente a metà fra la totale e spensierata fiducia nella poesia e il totale nichilismo.

Questo clima storico culturale (che non colpì solo l’Italia) influenzò la sua poetica tanto quanto la sua vita: da giovane pieno di vita e politicamente impegnato, con sogni di gloria per la sua carriera da insegnante, la sua vita diverrà sempre più statica, creando in lui un forte senso della separazione e del distacco dall’ambiente famigliare che non riuscirà mai effettivamente a superare.

La sua vita fu difficile sin dalla tenera età: il 10 agosto 1867 il padre, Ruggero, viene brutalmente assassinato. Le cause dell’omicidio non furono mai chiarissime, ma è considerato probabilmente legato al malavitoso Pietro Cacciaguerra.

Da lì, la morte cominciò ad allungare la sua ombra sulla famiglia di Giovanni, lasciando impronte in lui indelebili. La mancanza di un uomo, ovviamente, portò la famiglia ad un lento e inesorabile declino economico: la madre morì per un attacco cardiaco, nel ’71 il fratello Luigi perse la vita per una meningite, mentre Giacomo morì per tifo nel ’76.

Giovanni rimase l’unico uomo di casa.

Le sorelle Ida e Maria andarono a studiare in convento. Nel frattempo, Pascoli riuscì allora a concludere i suoi studi e a conseguire la sua laurea nel 1882. Durante l’Università a Bologna, dove conobbe anche Carducci, Pascoli si avvicinò a diverse esperienze politiche, soprattutto di sinistra. Ma rimase molto colpito dall’uccisione di Umberto I da parte degli anarchici e, gradualmente, si allontanò da quel mondo.

Nel frattempo, le sorelle erano uscite dal convento e volevano vivere con Giovanni. Lui, sentendosi in colpa per averle abbandonate durante gli anni universitari, acconsentì.

La sua carriera di insegnante nel 1985 lo portò a diventare professore in Università in città come Bologna, Messina, Pisa. Ma Pascoli non si trasferì mai nelle grandi metropoli, rimanendo nel nido di Castelvecchio.

Rimasto sempre accanto alle sue sorelle, ad un certo punto volle sposare Ida: ma, quando questa si sposa, per Pascoli sono momenti di acuta sofferenza. Dopo dieci anni in cui aveva dedicato tutto alle sorelle, sia economicamente che rinunciando ad altri amori o altri lavori, si sentiva tradito da quella sorella. Fu allora che si fidanzò con la cugina Imelde Morri, ma non la sposò mai: Mariù non avrebbe mai sopportato un suo abbandono.

Fu così che rimase in casa con la sorella, rinunciando nuovamente ad un amore (dal sapore di ripicca).

Per Giovanni Pascoli la famiglia era tutto. L’abbandono della sorella Ida, di cui era innamorato, finì per gettarlo nel baratro della disperazione. Oltre il danno la beffa: il marito della sorella scappò poi in America con dei soldi prestati dal Pascoli, lasciando in Italia moglie e tre figli.

Gli ultimi anni della sua vita li passa nell’alcool, ormai totalmente sfiduciato non solo dalla sua vita privata, ma anche dagli svolgimenti bellici che vedono l’avvicinarsi della guerra.

Nella sua poesia c’è tutto questo, anche se forse mai pienamente esplicitato: ci sono immagini decadenti, anche con un certo gusto noir, che si affiancano a liriche piene di quotidianità e parole dei campi o della vita di tutti i giorni(inammissibili, ad esempio, per D’Annunzio). Il fanciullino è colui che guarda il mondo con innocenza, senza l’ausilio della scienza: ogni sfaccettatura della vita è guarda attraverso gli occhi di questo bambino mai cresciuto, che si esprime nella poesia. Anche con passaggi oscuri, non sempre facilmente intuibili. E che non volevano volontariamente essere chiari.

Irrazionalità e intuizioni hanno la meglio su ragionamenti e scienze.

Si tratta di un’analisi ontologica del mondo, scevra da particolari riferimenti storici o autobiografici: il poeta deve interpretare e narrare il mondo in chiave universale.

Un poeta non è tanto fatto dai suoi sentimenti, ma da quello che vuole comunicare agli altri, da ciò che vuole dire al lettore.

Non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae.

Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici.

Virgilio – Bucoliche, IV

Myricae è la sua prima raccolta di poesie, la cui prima edizione vede la luce nel 1891, ma che si estende per lunga parte della sua vita. Una poesia umile, fatta di campi e quotidiano, quella del nido: queste sono le tamerici pascoliane.

Onomatopee, sinestesie, allitterazioni e anafore fanno parte della lingua di Pascoli, portano il lettore in un modo alle volte oscuro, proprio come aveva insegnato Baudelaire nella sua Corrispondenze. E questa lezione coglierà Montale.

Perché, in nuce, Giovanni Pascoli aveva colto le sfaccettature di due secoli, anticipando il futuro ma mescolandolo al passato.

Il poeta morirà a Bologna il 6 aprile 1912.

Alla sera

Forse perché della fatal quïete

Tu sei l’imago a me sì cara vieni

O sera! E quando ti corteggian liete

Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquïete

Tenebre e lunghe all’universo meni

Sempre scendi invocata, e le secrete

Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Marta Merigo 

Pubblicato da ArtSpecialDay

Rita Levi Montalcini, la donna ebrea che vinse un Nobel

Rita Levi Montalcini è morta il 30 dicembre del 2012 a Roma all’età di 103 anni.

Mi sono sempre chiesta come sia vivere un secolo. 100 anni sono tanti, lunghi, quasi un’eternità solo a pensarli tutti insieme.

Quante cose si possono fare in un secolo?

Una guerra, diverse ricerche, vincere un Nobel e diventare senatrice a vita: queste sono solo alcune cose che ha fatto Rita Levi Montalcini nella sua vita.

La donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo.

Rita Levi Montalcini

Nasce il 22 aprile 1909, da una famiglia ebrea. La madre, Adele Montalcini, è una pittrice, abilità ereditata dalla sorella di Rita, Paola. Il padre invece, Adamo Levi, è ingegnere: da lui la donna eredita l’amore per la scienza. Ma Adamo era un uomo all’antica, di ideali vittoriani: una donna deve dedicarsi ai figli e alla famiglia, non certo allo studio. Ma Rita non si lasciò fermare: a Torino frequenta la facoltà di medicina e si laurea nel 1936 con 110 e lode. Suo maestro fu Giuseppe Levi, mentre tra i suoi compagni c’erano Salvador Luria e Renati Dulbecco (futuri premi Nobel).

La donna voleva continuare i suoi studi, ma questa volta è un altro uomo a ostacolarla: Mussolini, con il suo regime e con le leggi razziali che non le permetteno di frequentare l’Università, essendo ebrea. Dall’Italia scappa a Bruxelles, ma torna a Torino poco prima dell’invasione del Belgio. Qui, costruisce uno studio in casa, un laboratorio di ricerca. Intanto, continua a muoversi da una parte all’altra in fuga, arrivando fino a Firenze pur di non essere deportata.

Scampata alla guerra e al razzismo, nel 1947 le viene proposta la cattedra alla Washington University di St. Louis, che è disposta ad accettare solo con la promessa di poter continuare quegli studi coltivati nella solitudine e nell’oscurità della fuga. Ancora non lo sapeva, la brillante neo professoressa, ma l’America sarebbe diventata la sua patria fino al suo pensionamento nel 1977: anche se non dimentica mai l’Italia (di cui mantiene la cittadinanza per tutti quegli anni), i suoi studi si svolgono nel Nuovo Mondo.

È proprio lì che nascerà e prenderà forma la ricerca che la rese degna del Nobel per la medicina, anche se solo trent’anni dopo:

La scoperta del NGF all’inizio degli anni ’50 è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo.

Stoccolma, 10 dicembre 1986

Quella scoperta è stata fondamentale, poi, per comprendere i tumori e per curare malattie come la SLA o l’Alzheimer.

Dopo il pensionamento, torna nella sua patria natia, dove continua con i suoi studi. Nel 1987, ottiene un’altra onorificenza degna di nota: nel 1987 Reagan le riconosce la Medal of Science; è il più alto riconoscimento scientifico americano.

Rita fu membro di prestigiose accademie scientifiche, come la Royal Societybritannica o la National Academy of Sciences in America. A ciò si sommano oltre venti lauree ad honoris causa. Nel 2001 diventa senatrice a vita per volontà del Presidente Ciampi. Ma la politica non era ciò che le interessava davvero: erano la ricerca e lo studio, che non abbandonò mai, nemmeno quando divenne anziana.

Rita Levi Montalcini muore il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni: un secolo e oltre. Cent’anni di studio, di vita per la ricerca, di un amore così viscerale per la conoscenza da decidere di non sposarsi e non avere una famiglia pur di studiare e svolgere la sua attività di ricerca.

È difficile riassumere una vita come la sua: un orgoglio italiano, una donna che ha dimostrato come le distinzioni di genere e razza sono inutili. Lei, donna e ebrea, proveniente da una famiglia con antichi valori, ha votato la sua vita allo studio, con l’affetto di una madre. E come una madre si è occupata dei giovani, lavorando con i progetti del CNR, fermamente convinta del progresso tecnologico dell’umanità, e spronando sempre i ragazzi a partecipare attivamente a problemi sociali e proponendo nuove soluzioni. Lei, ai giovani ricercatori, diceva sempre di rimanere in Italia: si fidava del suo Paese e delle possibilità che poteva offrirgli.

Per lei, che le sue ricerche le aveva compiute in laboratori improvvisati e nascosti, il nostro Paese poteva sembrare una miniera d’oro per la ricerca: oggi, purtroppo, sembra non essere così interessato ai suoi giovani studiosi.

Forse, fra i tanti che oggi debbono fuggire per la mancanza di sovvenzioni e lavori (e non per una guerra), stiamo perdendo un’altra eccellenza italiana come fu Rita Levi Montalcini?

Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.

Rita Levi Montalcini

Marta Merigo 

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James Brown – Mr. Dynamite, colui che ispirò Michael Jackson e Prince

Mr. Dynamite. The Hardest Working Man in Show Business. Funky President. Minsiter of the New New Super Heavy Funk. The King of R’n’B. The Godfather Soul. In una parola, James (Jr) Brown.

This is a man’s world, this is a man’s world

But it wouldn’t be nothing, nothing without a woman or a girl

It’s A Man’s World, James Brown

Sono stati tanti i nomi che si è guadagnato (o auto donato) nel corso della sua lunga carriera, durata praticamente quasi quanto la sua vita.

Mille nomi per un cantante e performer dalle mille sfaccettature che ha rinnovato ogni genere musicale che ha toccato. Partito da giovane con il gospel, ha poi cavalcato l’onda delle mode, riuscendo anche a passare dal soul alla disco music addentrandosi nei colorati e ricchi di lustrini anni ’80.

Le sue canzoni sono quelle che tutti conosco, anche chi è nato molti anni dopo: basti pensare a (I Got You) I Feel Good (usata tutt’oggi in film e pubblicità di ogni genere), o It’s a Man’s World, senza dimenticare Please Please Please, sua canzone d’esordio che gli fece guadagnare anche il soprannome di Mr. Please Please. È il 1956 quando esordisce con questo suo grande classico, che ad oggi vanta ben 40 dischi d’oro. È ancora con la sua prima band, The Flames, e ha appena firmato con la King Records, la casa discografica più blasonata del mondo discografico in quegli anni.

Ma James Brown non era abituato certo al lusso, alla fama, ai dischi d’oro e agli agi di una vita da star.

Nato il 3 maggio del 1933 nella campagna della Carolina del Sud (anche se affermò di essere nato in Georgia), il decenne Mr. Dynamite viene “adottato” dal bordello dove il padre lo lascia, dopo che la madre del piccolo James li abbandona. Raccoglie il cotone,  diviene un procacciatore di clienti per la sua nuova “casa”, lustra le scarpe e vive di quelle poche mance che i suoi clienti gli lasciano.

Quelli di colore, ovviamente. Perché James Brown, quando ancora non è un mito della musica, è un bambino afroamericano. Cosa che, negli anni ’30, era tutt’altro che una fortuna.

Finisce in prigione per rapina a mano armata a soli sedici anni, anche se la legge non gli sarà mai amica nemmeno quando sarà più grande e famoso, visto le numerosi aggressioni a sconosciuti (come un tecnico giunto in casa per una riparazione che si prese una coltellata) né alle diverse mogli, che ripetutamente lo accusarono di violenza domestica.

Ma è qui che conosce Bobby Byrd, che lo fa uscire dalla galera con la promessa, però, di non tornare più nella sua terra d’origine. Sarà proprio lui che per decenni sarà seconda voce e compagno di James Brown nella lunga scalata delle classifiche.

Negli anni Sessanta regna su tutti con il suo Rythm and Blues, e negli anni Settanta produce ben otto album che lo faranno diventare il Padrino del Soul(giocando anche con l’assonanza con il famoso film di Coppola uscito nel ’72).

L’avanzata della Disco Music, però, rende il genio musicale di James Brown quasi superfluo. Lui, eccellente ballerino, che aveva spostato gli accenti ritmici e che aveva fatto carriera in ogni genere dal gospel al soul, passando per funky e jazz, vacilla per un secondo. Ad aiutarlo a entrare nel nuovo mondo della dance hall ci pensa però il cinema, da sempre utile appiglio per una carriera che sta subendo una battuta di arresto.

Soprattutto se il film a cui partecipi è The Blues Brothers.

Da allora, la carriera di James Brown si alternò tra album e concerti, senza mai avere sosta. Non si fermò nemmeno quando nel 2006 gli venne diagnosticato un tumore alla prostata. Cantò fino al 21 dicembre di quell’anno, in un ultimo concerto costato fatica al cantante. Il 24 dicembre viene portato in ospedale per un’acuta polmonite, e il giorno di Natale muore a pochi giorni dal suo ultimo concerto.

Si spegne così un mito della musica che ha cavalcato con i suoi successi tre lunghi decenni e che, superato l’apice di ogni carriera che si rispetti, non ha mai abbandonato il palco. Nemmeno davanti ad un tumore.


Ma se l’uomo cadde, il personaggio continuò a risplendere, tra iniziative benefiche e concerti
.La sua è stata una vita sregolata, dai problemi con la legge a quelli con le droghe. Se infatti lottò sempre contro la diffusione delle sostanze stupefacenti, licenziando addirittura nei primi anni di carriera chiunque ne facesse uso del suo team, alla fine anche lui negli anni ’80 cadde vittima della polvere d’angelo, diventando sempre più violento.

Fu lui stesso a indicare come suoi eredi musicali Prince e Michael Jackson. I due, eccelsi ballerini e belve da palcoscenico, hanno sempre guardato a Brown come un maestro da cui imparare tutto. Perché, alla fine, il bel canto non è tutto per una vera star.

Oggi, nel giorno della morte di James Brown, il cuore si intristisce pensando a come questi tre uomini, legati dalla musica, non ci siano più, e a quale morte siano andati incontro Prince e Jackson.

D’altro canto, possiamo essere sicuri che lassù, in Paradiso – o come vogliate chiamarlo – oggi si ascolti la migliore musica della storia.

Whoa-oa-oa! I feel good, I knew that I would, now

I feel good, I knew that I would, now

So good, so good, I got you

I Got You (I Feel Good), James Brown

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